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Ricordo di Mino Martinazzoli: il Segretario e i giovani DC
Non so se Martinazzoli chiedesse troppo a quella generazione di giovani Dc, che negli anni successivi avrebbe assunto ruoli importanti nella gestione

Il Segretario e i giovani democristiani
di Francesco Sanna
Non so se Martinazzoli chiedesse troppo a quella generazione di giovani Dc, che negli anni successivi avrebbe assunto ruoli importanti nella gestione della cosa pubblica.

In un gremito Centro congressi di Montecatini,tra il 17 e il 20 dicembre 1992, si svolse il diciottesimo e ultimo congresso nazionale del Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana. Il suo primo segretario (il quale, agendo su mandato del partito, veniva chiamato «delegato del Movimento giovanile») fu Giulio Andreotti, subito dopo la guerra. L’ultimo, eletto da quel congresso, dopo la fine della guerra fredda e nel pieno della guerra di Tangentopoli, fu chi ora ne scrive.
Mino Martinazzoli, da poco più di due mesi segretario della Democrazia Cristiana, arrivò l’ultimo giorno del congresso. Ascoltò il discorso di investitura del nuovo delegato nazionale, il quale per l’occasione era vestito in modo un poco bizzarro (maglione verdolino con un cavallo sul davanti).

Fece a quei ragazzi un lungo e denso discorso, che parve molto bello e ricco di suggestioni. Un peccato sia poco conosciuto, perché a rileggerlo – pubblicato allora in un numero speciale della rivista della sinistra Dc «Il Confronto» – si trovano molte delle cose che gli sentimmo dire e gli vedemmo fare nell’anno e mezzo successivo da segretario della Dc e del Partito popolare italiano.

«Sono stato poche ore in questo vostro congresso, ma ho un orecchio sufficientemente avvertito per intendere grammatiche e sintassi dei nostri linguaggi democratici cristiani… Quando ho parlato di Movimento giovanile alla retroguardia ho detto quello che voi avete espresso qui, con un applauso liberatorio al vostro nuovo delegato nazionale, quando ha chiarito che non vorrà più il Movimento giovanile strumentale o proiezione del partito dei vecchi… Io credo che questo è il vostro dovere.
I giovani possono ascoltare i vecchi, se i vecchi non sono troppo noiosi. Ma devono parlare con i giovani… Abbiamo bisogno di antenne sensibili, di avanguardie, di portavoce non di messaggi ripetitivi, ma portavoce della esperienza che voi fate nei mondi giovanili altrimenti irraggiungibili dal partito».

Il tema e l’ambizione che Martinazzoli propose, da lì in poi, era il superamento della forma-partito della Dc, che si presentava come arcipelago di correnti.
Prima ci si iscriveva ad una corrente, poi al suo contenitore più grande, perdendo la forza delle idee e del progetto, e affogando così in questo torto le importanti ragioniche sostenevano l’esistenza della Dc.
Ecco perché a Martinazzoli fu chiaro da subito che un movimento giovanile come fotocopia degli
assetti interni del Partito “dei grandi”, sarebbe servito poco ad un disegno di riforma e rilancio della Dc.
Qui ci incontrammo. Perché dopo quasi cinquant’anni il congresso dei giovani Dc proponeva una forte autonomia della organizzazione giovanile, adesioni autonome e un maggior protagonismo in molte pieghe della condizione giovanile italiana. Il tentativo, generoso e forse un poco velleitario, era quello di far ritrovare a molti democratici cristiani delusi “il partito
che non c’è” in una nuova esperienza di linguaggio politico, concretezza delle proposte, esempi di buone esperienze amministrative che da lì a qualche mese sisarebbero cimentate in un
nuovo sistema di elezione delle autonomie locali.
Vedendo il grigiore e la vetustà della parola politica, molti di noi giovani di allora
prendemmo a dire, ovunque ce ne fosse data occasione nella Dc, che la sua comunicazione non
poteva essere un “optional ” della politica, e che anzi poteva essere il criterio di selezione di nuovi gruppi dirigenti. Concetto oggi scontato, ma allora – anche se la rete web non esisteva ancora – abbastanza rivoluzionario.
E qui tra Martinazzoli e i giovani che lavoravano al centro nazionale del movimento giovanile ci fu una discussione. Nella sua prospettiva la cosa più importante era la modernizzazione e la
riaffermazione della cultura democratica cristiana, con il riconoscimento dei limiti della politica, che lui spiegò così:
«Dove la politica pretende di elargire agli uomini una speranza illimitata, lì la politica tradisce, o meglio offende, spesso uccide gli uomini e li tradisce. Noi quindi siamo stati
forti contro il “troppo” della politica. Ma oggi… c’è all’orizzonte una minaccia ancora più insidiosa di quella del “troppo” della politica, ed è esattamente la minaccia del “niente” della politica. L’idea che nella modernità le risposte di liberazione umana possano venire esclusivamente dalla tecnica e dall’economia, senza più la necessità di una
mediazione politica».
Il mezzo moderno per comunicare questa idea era la televisione, dove prendevano piede i primi talkshow politici, ancora non tanti e in concorrenza tra loro come oggi, ma appunto per questo con milioni di contatti ad ogni puntata. I dirigenti del movimentogiovanile venivano invitati ai programmi e riconosciuti anche da un grande pubblico perché dicevano cose non scontate per
chi stava nel partito di maggioranza relativa.
Sostenevamo in Tv che c’era un collegamento tra sistemi elettorali, costi delle campagne elettorali e Tangentopoli. Che i partiti dovevano fare pulizia al loro interno prima che arrivassero i giudici.
Che bisognava abolire l’autorizzazione a procedere per le indagini sui parlamentari e che Giulio Andreotti, per la sua identificazione pluridecennale con la Dc al governo doveva difendersi in un processo (come poi fece). Che i deputati Dc e chi li guidava avevano
sbagliato la decisione sulla autorizzazione all’arresto di Bettino Craxi e sottovalutato il discredito complessivo sul Parlamento che ne sarebbe venuto. Che la nascente
Forza Italia era – anche – un tentativo di riciclaggio di personalità con ruoli non limpidi in vicende oscure della Repubblica, come la P2.
Tutto questo in trasmissioni televisive, come oggi, con tesi in bianco e nero, senza sfumature, molto gridate. Ma se non vi partecipavi, come oggi, semplicemente non esistevi: né tu, né la tua parte politica. Era un mondo che a Mino Martinazzoli non piaceva. Nella sua idea mite della politica, c’era anche una componente che riguardava lo stile del suo raccontarsi. Per lui un pensiero che aveva necessità di essere gridato era un pensiero debole e non all’altezza.
E quindi capitò di discuterne con lui, e una volta lo sentii concludere che forse la soluzione era non prendere più parte alla discussione televisiva degenerata in rissa (che poi deve essere la cifra del passaggio da un tempo all’altro della Repubblica). Ma non insistette sino a chiedere di fermare la nostra partecipazione.
Mi accorsi in seguito che il nostro
praticantato, realizzato nella difficile piazza elettronica, non gli dovette dispiacere del tutto, perché fino all’ultimo tenne aperta la possibilità che l’appello televisivo finale alle elezioni politiche del 1994 sulle reti Rai fosse affidato ai giovani del Partito popolare,
quali nel frattempo eravamo divenuti.
Voleva giovani resistenti, Mino Martinazzoli, nella notte della Dc, per cogliere l’alba di una rinascita della cittadinanza politica dei cattolici italiani, la quale non sarebbe avvenuta nelle forme unitarie (non prigioniere, ma sempre unitarie) che lui pensava.
Voleva giovani che credessero a quella scommessa. «Si resiste a qualcosa se si è fedeli a qualcos’altro», ci disse quella sera a Montecatini, parlando del partito che pure aveva raccolto, nelle elezioni politiche di sei mesi prima, quasi il 30% del consenso degli italiani e partecipava al governo in carica, come di una forza che aveva perso.
«Per noi vincere non è necessario. Necessario è credere. Solo se noi crediamo e dimostriamo le nostre ragioni, allora possiamo tornare a vincere. Dobbiamo farlo non solo per noi, ma per quella forza, quei valori, quella risorsa che sono le idee che pretendiamo siano sempre meno in esilio nel partito della Democrazia Cristiana».
Non so se Martinazzoli chiedesse troppo a quella generazione di giovani Dc, che negli anni
successivi avrebbe assunto ruoli importanti nella gestione della cosa pubblica, nelle università, nelle professioni, nell’impresa, e anche nel Parlamento e al governo.
Eravamo senz’altro attori importanti del suo disegno di ricostruzione, ed essenziali per l’innovazione che saremmo riusciti a testimoniare nella politica.

Gli interessava non il vitalismo come stile dei giovani in politica (ché anzi gli dava fastidio il giovanilismo, specie se rampante, pur non esitando a parlare di quelli che come lui non avevano ancora sessanta anni come «noi vecchi»), ma come protagonisti più credibili e strutturalmente più capaci di fare le cose nuove di cui la politica italiana aveva bisogno. Infatti finì così il suo discorso: «Essere giovani, penso, significa fare le cose per la prima volta. Significa dunque avere innocenza. Io ho bisogno della nostra innocenza, amici, perché so che da qualche parte è scritto che gli innocenti non sapevano che la cosa era impossibile e dunque la fecero».

Quel migliaio di ragazzi e ragazze applaudivano forte a quella conclusione, molti erano anche emozionati e commossi. Era ancora un tempo in cui il gesto pubblico si porgeva misurato, e mi sembrò fuori luogo un abbraccio sul palco. Per sancire l’alleanza tra noi e lui, gli presi la mano e la levai in alto, un po’ un saluto al congresso, che reagì con un boato, un po’ un segno di chi aveva vinto la prova di quella sera.

Mino fu preso alla sprovvista, ne avvertii la ritrosia. Ma poi assecondò il saluto a braccia unite e levate. Probabilmente lo faceva per la prima volta e dunque in quel momento tornò giovane e ai suoi coetanei giovani Dc regalò un raro e sincero sorriso.

Francesco Sanna

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