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Come il PD puņ recuperare le imprese
Le sconfitte elettorali sono anche figlie degli errori fiscali del governo Prodi: si puņ rimediare? Da Europa, di Raffaella Cascioli, 14 aprile 2010

A Parma si è avvertita, tangibile, la distanza tra il Partito democratico e il mondo imprenditoriale.
Tanto più stridente rispetto agli applausi scroscianti riservati dalla stessa platea a un fumoso quanto inconcludente ministro Tremonti. Una distanza che si allarga ulteriormente quando si prende in considerazione il popolo delle partite Iva e, più in generale, della piccola e media impresa. Una diffidenza che parte da lontano e che evidenzia la difficoltà del partito a parlare con alcuni ceti produttivi, in particolare con il tessuto delle piccole e medie imprese.

Nella memoria di artigiani, commercianti e imprese familiari a vario titolo resta impresso uno dei primi provvedimenti del governo Prodi: il cosiddetto decreto Bersani-Visco in cui l’ex ministro delle finanze aveva inizialmente proposto l’applicazione retroattiva delle nuove regole degli studi di settore considerate allora unanimemente come un aumento della pressione fiscale.

Poco importa che Tremonti abbia prorogato quelle regole per un po’. O che il Pd oggi non criminalizza i piccoli imprenditori come evasori a priori. O che sulla riforma dei servizi pubblici locali, messa meritoriamente in agenda dal governo Prodi, il Pd non si sia riuscito a imporre subendo il niet parlamentare dell’ala sinistra dell’Unione. O, ancora, che il centrodestra a parole annunci riforme che non solo negli ultimi due anni, ma anche dal 2001 al 2006 non ha neanche provato ad approvare. La distanza c’è e si alimenta della necessità di stabilità avvertita in tutto il mondo produttivo e che, dopo la tornata elettorale, il centrodestra è in grado di assicurare.

A questo punto, con tre anni davanti prima della prossima consultazione elettorale, non c’è dubbio che il Pd abbia necessità di attrezzarsi a parlare al tessuto delle pmi; a rappresentare gli interessi di chi non è rappresentato; a tutelare quegli incapienti che non hanno rappresentanza politica e che alimentano le fila del non voto. Temi che incrociano le sensibilità dei democratici e che, oltre a livello nazionale e parlamentare, vanno declinati anche sul territorio.

Se per Francesco Sanna occorre articolare politiche e proposte perché al Sud il problema da affrontare non è quello di tutelare il benessere dei contribuenti eroso dalla crisi, ma la decapitazione della capacità reddituale delle famiglie dovuta semmai alla chiusura di un’industria polarizzata, per Paolo Giaretta l’Italia resta un paese contendibile visto che l’astensione ha di fatto contratto i voti ottenuti non solo dal Pd e dal Pdl ma anche, seppure in misura ridotta, la Lega. E questo è possibile farlo dando «rappresentanza ai problemi della vita della gente» la cui capacità reddituale, almeno al nord, è messa a dura prova, prima ancora che dalla pressione fiscale, da un aumento a due cifre delle tariffe, del costo del trasporto ferroviario, delle assicurazioni, della benzina, dall’incapacità per le donne di conciliare lavoro e figli».

Un’Italia, tante Italie che per Sanna devono trovare risposte in 20 classi dirigenti regionali che sappiano attivare guerriglie locali pur collegandosi in un fronte di guerra nazionale. Con scelte forti come la redistribuzione della ricchezza per tutelare gli incapienti e le nuove generazioni di precari o attivare 3 mesi di lavoro e di ascolto delle pmi non solo a livello nazionale ma anche locale.

Per Pierpaolo Baretta, invece, di fronte alla partenza postelettorale del centrodestra sulle riforme la posizione dei distinguo è debole. «Occorre evitare la trappola del centrodestra che spera che non ci sediamo al tavolo delle riforme. Dobbiamo incalzarli con le nostre proposte. A cominciare da quelle economiche come le liberalizzazioni, il rapporto societario, ma anche la riforma del welfare e d’entrata e uscita dal mondo del lavoro». C’è poi la riforma fiscale che incrocia il federalismo. Nel Pd non c’è una posizione univoca, ma proprio per questo una discussione è auspicabile.

Raffaella Cascioli

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