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Figlio mio quanto mi costi
I DATI PREOCCUPANTI DEL NUOVO RAPPORTO CISF SULLA FAMIGLIA (dal settimanale Famiglia Cristiana)

Le famiglie con figli in Italia sono diventate meno del 50 per cento del totale. Dalle 4 mila interviste effettuate per la ricerca risulta che molte non ce la fanno e rinunciano alla procreazione. E, ancora, che sono lasciate del tutto sole dallo Stato per mancanza di politiche adeguate.

Un passo avanti in 40 anni è stato fatto: i tempi – gli anni ’70 – in cui si aggiravano i mentori dell’eccesso di popolazione e della progressiva riduzione delle risorse a causa della nascita di troppi bambini sembrano ancora più lontani. E con essi anche i pulpiti citati con grande riverenza, come il Rapporto del Club di Roma o il più internazionale Rapporto Meadows, che in modo diverso mettevano in guardia dal pericolo-figli, colpevoli di spingere sul baratro nientemeno che la sopravvivenza del pianeta. Renata Maderna

Un passo avanti, bisognerà ammetterlo, è stato fatto: i figli, pare, "siano utili". A tutti, anche alle famiglie che non ne hanno, persino all’intera società. Un passo avanti, è innegabile, a parole (nei convegni, ricerche, studi, discorsi politici), c’è stato. Nei fatti, almeno nel nostro Paese, no. Perché a far vivere quei figli non ci pensa la società, ma ancora, come sempre, le famiglie da sole. Ce lo ripete, senza mezzi termini, il Rapporto Cisf 2009 sulla famiglia, che presenta i risultati di un’indagine effettuata con 4 mila interviste su un campione statisticamente rappresentativo. Si intitola Il costo dei figli, mettendo in chiaro un’affermazione non di poco conto: si sta parlando di bambini, ragazzi, giovani figli di qualcuno e non di una sorta di categoria dai tratti indefiniti e generici, qualcosa di simile a una razza animale da proteggere.

Pierpaolo Donati

Se non si rischiasse di semplificare troppo, bisognerebbe dire che i figli "normali" non interessano a nessuno, tantomeno allo Stato, un costo lasciato ai pochi interessati, un fatto esclusivamente privato, frutto di una libera scelta, come quella di allevare un vitello o cambiare il frigorifero (che – per precisione – sono almeno detassati).

Farli nascere, e poi crescerli

Una scelta che – ricorda il Rapporto, da decenni strumento di discussione e lavoro apprezzato negli ambienti accademici, politici e culturali – si trasforma sempre più in una rinuncia, tanto che le famiglie con figli in Italia sono diventate meno del 50 per cento del totale. Da oltre trent’anni, infatti, il comportamento riproduttivo della popolazione non arriva ad assicurare il ricambio tra genitori e figli e il tasso di fecondità totale è attualmente pari a 1,41 (una media tra l’1,33 delle donne italiane e il 2,12 delle "straniere").

Eppure, il Rapporto continua a mettere in luce una costante della società italiana, la grande distanza fra il numero di figli desiderati (nel caso degli intervistati pari a 2,13) e quelli effettivamente avuti (1,71). Con buona pace di chi irride quella che si vorrebbe una tendenza a spingere le coppie ad avere figli, mentre forse si potrebbe aiutare chi li desidera a non rinunciare. Avere un figlio, come ricorda bene il Rapporto (costretto a ribadire qualche ovvietà se non fosse che nella realtà italiana ovvietà non paiono per nulla), è solo l’inizio, perché poi bisogna mantenerlo e farlo crescere. Il tema del costo dei figli, peraltro molto chiaro in termini economici, è stato affrontato in un quadro di scelte culturali, sociali e politiche: «La sfida della cura dei figli si imbatte nella difficoltà di mettere in campo diverse risorse attorno a tre nodi fondamentali: una disponibilità economica sufficiente a garantire l’incremento delle spese che una famiglia deve sostenere con l’arrivo dei bambini; il tempo su cui i genitori possono contare per occuparsi direttamente della cura; la presenza di una rete di servizi che possano affiancare la famiglia nel compito di cura». Tutto questo in una «società in cui l’economia ha mercificato il costo dei figli, comparandolo con quello di altri beni di consumo, quali un’automobile, una seconda casa al mare, o un bel viaggio in Paesi esotici».

Bene fa il Rapporto Cisf a ricordare che nel costo dei figli va computato ben altro che il solo denaro. Insieme al costo "di mantenimento" (spesa per i soli beni necessari), si tiene in conto quello di accrescimento (che misura l’esborso reale per i figli), e anche il costo totale di accrescimento, dato dal precedente sommato al valore del tempo dedicato alla cura dei figli, «che raramente i genitori conteggiano esplicitamente, ma che sicuramente viene "valutato" per decide-re se fare un figlio o meno».

Ma se anche ci si volesse fermare alla mera spesa economica, non ci si stan-cherà mai di ricordare che dai dati Istat emerge come non tutte le famiglie con figli siano in grado di garantire il mantenimento di uno standard di vita ritenuto "accettabile". Il rischio di collocarsi sotto questo standard, e quindi di vivere in condizioni di "povertà assoluta", aumenta al crescere del numero di figli. In particolare si osserva un evidente aumento del rischio per le famiglie numerose: quando nella famiglia sono presenti almeno tre figli, l’incidenza di povertà assoluta è doppia (8 per cento) rispetto a quella calcolata per il complesso delle famiglie italiane (4,1 per cento) e tripla rispetto a quella stimata per le coppie con un solo figlio (2,6 per cento).

Limitarsi a dire che i figli sono un bene comune, dunque, non basta più. Urge, invece, una politica non solo delle istituzioni pubbliche, ma anche di quelle private per aiutarli a vivere.

Leggi tutta l'inchiesta di Famiglia Cristiana

da vent’anni curatore del Rapporto per il Cisf (Centro internazionale studi famiglia), è netto come al solito: «Le politiche pubbliche degli ultimi decenni hanno trattato sempre più i figli come una categoria astratta e generica, come "minori", "bambini", "adolescenti", "giovani" e sempre meno come figli, cioè come persone che hanno delle precise relazioni di filiazione con genitori concreti. È vero che le preoccupazioni per i figli di famiglie povere, in crisi, separate, a disagio, sono cresciute, ma gli interventi di welfare vengono ancor oggi disegnati più sulle situazioni critiche che sulle condizioni normali».
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