iscriviti alla newsletter scrivi a Francesco Sanna
Obama rilancia il sogno americano
Tre cronisti speciali ci raccontano, ''Live'' da Denver, cosa accade nella convention che ha incoronato Barack Obama

Francesco Sanna insieme agli amici Guglielmo Vaccaro e Lapo Pistelli, entrambi deputati del PD (Pistelli è componente della delegazione del Pd italiano negli USA), ci raccontano "Live" i fatti più importanti della Convention dei democratici americani, che stanno per indicare Barack Obama quale candidato alla carica di presidente degli stati Uniti d'America.

Second Day (di Guglielmo Vaccaro).

 Il secondo giorno della Convention e’ stato davvero speciale. Siamo entrati nel clima del grande evento assistiamo ad una serie di interventi dal Colorado Convention Center, grazie a degli inviti procurati da una nostra amica di Denver, parlano in tanti sindaci, governatori e testimoni d’eccezione. Colpisce il brio, la rapidita’, la coerenza dei messaggi. Subito dopo l’intervento del sindaco repubblicano di Fairbanks, che si dichiara pro obama, faccio un collegamento telefonico con nessuno Tv per qualche commento su quanto stiamo vivendo. A seguire parla Warner, un brillante self made man, ex imprenditore di successo nel campo della telefonia pronuncia un discorso pieno di passione sull'economia globale. Prendo appunti. Mi rendo conto che davvero l'economia globale puo' essere la risposta al miglioramento delle condizioni di vita di tanti piccoli paesi. Porta l'esempio di una cittadina della Virginia, di solo 350 abitanti, che investendo nella High-Tech ha decuplicato il reddito pro capite ed attratto tanti giovani brillanti locali e non che erano andati a vivere altrove, per lavoro.

 Il mio pensiero va ai tanti piccoli e piccolissimi comuni italiani. E' ovvio che chi parla ha idee da proporre ed esperienze da offrire. C'e' anche un po' di retorica elettorale, ma i risultati mostrati da Warner sul miglioramento economico della Virginia da lui guidata sono chiari. Il personaggio e' simpatico, preparato e 'charming" come dicono qua (piace). Sono sicuro che sentiremo ancora parlare di lui nel futuro.

Belli ed accattivanti anche gli interventi dei Governatori del Montana e della Pennsylvenia. Dopo un breve stacco di dieci minuti,alle 20:45 ora di Denver appare su; palco Hillary Rodham Clinton o Hillary come migliaia di fans e cartelli che portano il suo nome. La sua entrata e' preceduta da un video di circa 5 minuti sulla vita e le realizzazioni politiche e sociali della donna che sino a ieri sembrava destinata a essere la candidata dei democratici alla Casa Bianca. Per seguire questo discorso siamo stati invitati al Martini Ranch, un disco pub di grande fascino nel bel mezzo dell’isolato che ospita la vita serale di Denver. Qui’ incontriamo tanti amici italiani. Il video mostra Hillary da bambina, poi da ragazza, da First Lady sempre sottolineando il suo forte impegno umanitario e politico. Tanta musica rock in sottofondo: in puro stile clintoniano. Bill Clinton e' nella tribuna d'onore: visibilmente commosso, ma in forma straordinaria. Chelsea Clinton, introduce Hillary. Un boato la accoglie. E' ancora molto amata. Ha pur sempre raccolto 18 milioni di voti popolari. Ma non son bastati.

C'e' grande attesa per il suo discorso. Hillary sgombra subito il campo da ogni illazione. Dichiara immediatamente la sua lealta' a Barack Obama e la necessita' di avere un Partito Democratico unito per riconquistare la Casa Bianca. Parla per 32 minuti in un crescendo di passione e coivolgimento. Non promette solo lealta’ ad Obama, detta in qualche modo l’agenda al futuro presidente. Spiega che la sua sintonia con i valori di Obama e’ totale percio’ si aspetta due grandi azioni dal futuro presidente: sostegno deciso alla classe media e assicurazione sanitaria per 47 milioni di americani che ancora non ne usufruiscono. Una Hillary Clinton a tutto campo, sicura di se' e preparata su ogni aspetto della politica americana. Pronta a mettere i suoi voti e la sua esperienza al servizio della vittoria di Barack Obama il prossimo 4 novembre.

Conclude con il classico: God may bless you and God bless America e' un tripudio. Al martini Ranch commentiamo con i giornalisti italiani e con Lapo Pistelli che ci ha raggiunto subito dopo la chiusura dei lavori. Il giudizio e’ unanime . Hillary ha convinto ed ha creato unita' nel partito. La nostra serata si conclude con il bicchiere della staffa con Lapo e Francesco ad una festa dei liberal di Nyc. Third day

Con Francesco Sanna ed i nostri figli siamo a pranzo con il nostro segretario nazionale che ha raggiunto Denver per gli ultimi due giorni della Convention. Con Veltroni ci sono Federica Mogherini e Lapo Pistelli. E’ una bella occasione di confronto con Walter che sa molto di America e di politica americana. Pranziamo insieme a loro ed ad un gruppo di giovani e brillanti ragazzi italiani trasferiti a Denver per motivi vari (amore, affari, amicizia). Dopo pranzo raggiungiamo ad un party pomeridiano gli amici del New Jersey su invito di Dominick Pandolfo. Seguiamo con loro la conta dei voti per la nomination e la bella dichiarazione di Hillary Clinton che chiede di interrompere le dichiarazioni dei singoli stati procedendo subito per acclamazione. Una bella lezione di stile. In contemporanea la televisione mostra Barack che sale su un aereo per Denver certo della nomina. C’e’ poco da fare siamo sempre nel paese degli show.

Alla convention e’ la volta di Bill Clinton, il presidente americano a cui abbiamo guardato per anni con ammirazione e curiosita. I democratici lo adorano. Ha dovuto interrompere una standing ovation iniziale di oltre cinque minuti per poter iniziare un discorso degno del miglior Clinton. Grande mimica, grande gioco di metafore, grande orgoglio. Senza Hillary in campo e’ ritornato il grande Bill Clinton. Bellissimo il parallelo tra la campagna del 92 e questa campagna. Anche allora come oggi l’accusa al candidato democratico era tutta puntata sull’inesperienza e la giovane eta’. Clinton risolve alla grande dicendo che oggi come allora e’ determinante essere dalla parte giusta della storia. Obama come Clinton on the right side of the history!

A tutti pare ineluttabile che quello che e’ valso per lui nel lontano 92 quando batte’ Bush padre vale oggi per Barack lin corsa per la vittoria finale. Clinton finisce come aveva iniziato. Gente in piedi e grandi applausi.

Dopo di lui parla Kerry bravo come sempre, ma come sempre senza il carisma necessario. Lo stimo molto ma….. Arriva finalmente il momento di Joe Biden. Dico subito come la penso. Secondo me e’ un gran bel vicepresidente. La sua storia toccante viene raccontata da suo figlio. Un bellissimo e commovente discorso il suo. Poi tocca a lui, il Senatore piu’ esperto dei Democrats parte alla grande. Si vede chiaramente che e’ nel suo ruolo naturale. Un uomo che aveva iniziato a correre come presidente che, riconosce a Barack Obama di essere un gradino piu’ su di lui e di tutti gli americani e si dichiara onorato di poterlo seguire alla casa Bianca. Grande entusiasmo e colpo di scena finale. Arriva Obama. Grandi abbracci e congratulations per tutti. E’ politica ma e’ soprattutto una grande festa. Cena Mexicana con I nostri amici di Denver e a letto mentre in Italia il sole e’ gia alto. It’s so wonderful to be here.

Guglielmo

28/8/2008 - Italiani e fiorentini d’America, l’agenda politica, gli incontri con i Clinton e con i Kennedy, lezioni di politica e di unità, il grande Bill, il discorso di Biden, la sorpresa di Obama e l’attesa per il gran finale… allo stadio (di Lapo Pistelli)

Si calcola che in giro per il mondo ci sia un'altra Italia, più o meno equivalente in popolazione (a seconda delle generazioni incluse) a quella che in Italia abita davvero. Denver non fa eccezione: al Colorado History Museum è appena terminata una mostra "Italians in Denver" che forniva un dato di partenza formidabile; nel 1910, noi italiani eravamo il 14% della popolazione di questa città, che continua tuttora a nutrire una grande simpatia, non solo calcistica o eno-gastronomica, per i nostri colori. Se poi dici che vieni da Firenze - perdonatemi l'orgoglio di campanile - scopri che la mia città resta uno dei luoghi più amati se lo si è visitato o sta in cima alla lista dei desideri futuri se non se ne è ancora avuta l'occasione. E ciò spiega meglio di ogni altra cosa quando si dice che una città speciale non appartiene solo a chi la abita ma al mondo intero.

Mentre la città smaltisce gli stravizi di ieri sera, partecipo di buon mattino ad una grande conferenza sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Oggi questo sarà il tema degli eventi collaterali e anche dei principali interventi alla Convenzione.

Una ricerca che fornisce la base della discussione mette sul piatto i due elementi principali. L'agenda americana è cambiata radicalmente in un anno: nel settembre 2007, l'Iraq stava al top delle rilevazioni con il 47%, la salute al 31 %, l'immigrazione al 26%, l'economia al 24%; un anno dopo, l'economia e il lavoro conquistano il primo posto dell'agenda con il 45%, il costo dell'energia il 41%, la salute resta al 30%, l'Iraq cade di quasi 20 punti.

In sostanza, ad oggi, i problemi domestici dominano su quelli internazionali anche se alcuni aspetti sono intimamente connessi: secondo il 70% degli elettori di entrambi i partiti, il prossimo Presidente deve occuparsi di ridurre la dipendenza energetica degli Stati Uniti. Come chiosa un analista, la storia insegna che le nazioni crescono e cadono (Spagna, Olanda, Gran Bretagna, Venezia (!), Portogallo) sulla loro forza economica, non su altro.

Il secondo dato rivela i danni del bushismo nella coscienza collettiva americana: il 66% degli americani chiede un approccio multilaterale alle crisi internazionali, un nuovo rapporto con gli alleati, a dispetto di un modesto 33% che conferma il metodo Bush "vado-li ammazzo-e-torno"; sull'altro fronte però, vista la scottatura irachena, cresce di quasi 20 punti fra i democratici, di 33 punti fra gli elettori indipendenti, il numero di coloro che chiedono un'amministrazione più "isolazionista", dedicata agli affari americani e meno a quelli mondiali.

Richard Holbrooke, ambasciatore alle NU e storico consigliere dem, la mette giù piatta: "America cannot go anymore alone. This was the biggest mistake we did" (l'America non può più andare da sola. E' stato il più grosso errore commesso). Richiama l'esperienza positiva dei Balcani, elogia l'attivismo europeo sulla Georgia ma avverte che l'America intende mantenere la guida degli affari globali e che con un presidente democratico gli europei devono prepararsi a fare di più.

Straordinaria e netta Jessica Matthews del Carnegie Endownment: "se vuoi guidare, te la devi guadagnare; se vuoi parlare di clima, devi stare dentro il protocollo di Kyoto; se vuoi lottare per un diverso modello di energia, devi essere disposto a cambiare stile e organizzazione di vita; se vuoi guidare sulla non proliferazione e sulla libertà, non puoi arretrare su diritti umani e libertà civili con Guantanamo e i via libera all'uso della tortura".

Emerge nel dibattito con grande forza una doppia preoccupazione, come ricostruire l'immagine americana nel mondo, un paese non più amato ma nemmeno più temuto nonostante le mostruose spese per la difesa; come rendere però efficaci i principi dichiarati in un mondo dal disordine crescente.

Da europeo mi pongo la domanda speculare: quando un presidente innovativo e gradevole leverà ogni comodo alibi anti-americano ma ci chiederà al tempo stesso una maggiore responsabilità, saremo pronti a rispondere ?

Non ho molto tempo per trovare la soluzione perché ricevo una telefonata inattesa e graditissima di un amico newyorkese che mi ha visto ieri nei corridoi del Pepsi Center e che mi propone un canale per organizzare di lì a poco un incontro fra Veltroni e Bill Clinton. Proposta accettata senza esitazioni. Di lì a un'ora siamo nel grande albergo che ospita i Clinton e incontriamo sia Bill che Hillary che hanno appena terminato un incontro di ringraziamento con deputati e finanziatori della propria campagna.

Hillary appare davvero in grande forma dopo la performance di ieri sera, più ancora di Bill che ha oramai la chioma interamente bianca anche se non è cambiato di niente il volto accattivante da ragazzo invecchiato.

Il suo staff preannuncia un discorso storico per stasera, il che spiega l'afflusso ancora più grande di pubblico che preme fin dal mattino sul Pepsi Center.

Dopo gli incontri di ieri notte, ho organizzato un pranzo in un ristorante italiano, anzi fiorentino, in una zona residenziale di Denver: mangiamo pasta e pizza eccellente in compagnia di un simpatico gruppo di giovani italiani che vivono qui dopo un matrimonio americano, chi vendendo vino, chi gestendo ristoranti. Qualcuno ha nostalgia di casa, molti altri no: elogiano la qualità della vita, il sistema fiscale; qualcuno comincia a dimenticare l'italiano ma tutti hanno mantenuto fortissimo il segno del nostro Paese nel loro lavoro e nel loro stile di relazione. Molte foto e tanti inviti a tornare qua per sciare sulle montagne del Colorado. Magari !

Dopo il primo vero caffè espresso da qualche giorno in qua, torniamo downtown.

Prendo un secondo pessimo caffè con Matt Browne, già capo della policy unit di Tony Blair ed oggi collaboratore di John Podesta al Center for American Progress. Facciamo il punto su alcune iniziative che stiamo pensando di mettere in piedi in Italia fra settembre e la primavera prossima.

Marialina ci ha invitato ad una festa della famiglia Kennedy.

Confesso la mia emozione: il senatore Ted, dopo lo sforzo di lunedì, è tornato alle sue cure, ma la famiglia è al gran completo. Nel ricordo di Bob e della fondazione a lui dedicata, saluta gli ospiti Ethel, la vedova di Bob, circondata da molti giovani nipoti. Walter, esperto della storia di famiglia, mi ricorda la straordinaria fortuna e sfortuna che ha accompagnato la famiglia di Bob: 11 figli, John John morto in un incidente aereo, un altro in una accidentale sciagura sciistica, un altro ancora - l'unico che, casualmente, vide in diretta tv l'assassinio del padre nella notte di Los Angeles mentre i fratellini dormivano - perduto pochi anni dopo nel tunnel oscuro della droga. Ma sono colpito dalla forza di clan che fa grande questo nome, dalla somiglianza impressionante dei volti e dei gesti della nuova generazione con i volti e i gesti di John, Bob e Ted. E nella festa di questa famiglia, che è stata importante per la vittoria di Obama e per la riconciliazione con i Clinton, puoi vedere un intero mondo politico che in fila stringe la mano a Ethel e ai suoi figli e nipoti come davanti ad una famiglia reale.

In attesa di entrare al Pepsi Center, chiacchiero con Joschka Fischer, l'ex ministro degli esteri tedesco ed una delle personalità politiche europee che preferisco. Veltroni rilascia un paio di interviste in tv, io saluto i già citati Mario Calabresi e Maurizio Molinari e via per la terza serata.

La giornata è dedicata essenzialmente alla politica estera, al ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Le misure di sicurezza sono state rafforzate ancora.

Ma il primo atto politico della Convenzione di oggi segna il successo della giornata di ieri: comincia la chiamata nominativa delle delegazioni statali; c'è da sciogliere il dilemma di cosa faranno i delegati di Hillary. Quando viene chiamato l'Illinois, lo stato di Obama, i delegati annunciano di attendere cosa faranno quelli di New York, lo stato di Hillary. La senatrice "libera" i propri delegati, rinuncia alla chiamata nominativa e chiede la nomination di Obama per acclamazione.

La partita è chiusa alle 4.58, Obama è ufficialmente il candidato, il partito ha trovato la sua unità e l'ha comunicata al Paese.

Gran bella lezione per tutti noi.

Anzi, approfitto per un'altra considerazione. I discorsi politici americani hanno in genere due assi portanti, talvolta fusi assieme, talvolta no: i valori, la visione, la speranza, l'american dream oppure la concretezza delle politiche, dei numeri, degli obiettivi da raggiungere. Non sentirete mai una parola sul partito, sulle alleanze, sulla macchina interna, sulle regole da cambiare. Esattamente ciò che invece costituisce il 90% dei discorsi politici, delle interviste, dei talk show italiani e che fa dire a noi dei discorsi americani, quasi con fastidio, "ma quando è che parlano di politica ?".

So di essere un inguaribile filo-americano ma riconosco a questo sistema un'incoercibile coerenza interna che va ammirata e non ridicolizzata nella battuta che tutto si ridurrebbe al trinomio Dio-patria-famiglia. E se anche così fosse, sono contento che il mio Paese abbia recuperato solo recentemente e dunque tardivamente - e grazie al Presidente Ciampi - un attaccamento alla propria bandiera e al proprio inno come simbolo di unità nazionale. Alle convenzioni americane, i colori sono rigorosamente quelli della bandiera (rosso e blu), le serate finiscono tutte con una breve meditazione spirituale e relativa benedizione e negli intervalli i cantanti intonano i propri pezzi con lo sfondo video che riporta la Dichiarazione di Indipendenza. E' quella religione civile della libertà che non giustifica gli errori americani, ma spiega assai bene perché questo Paese respiri permanentemente il battito del futuro e senta, a torto o a ragione, di avere una missione che va al di là delle pur proprie legittime malinconie. E a me questo piace.

 

Molti sono gli speaker di rango stasera, Madeleine Albright, Evan Bay, John Kerry (il candidato sconfitto nel 2004) ma.... posso dirlo, almeno fino a domani ?

Bill Clinton è sempre il numero 1 !

Accolto dalla musica che fu la sua colonna sonora del 1992 "don't stop thinking about tomorrow" dei Fleetwood Mac e salutato poi da "beautiful day" degli U2, l'ex presidente prende per mano la sua platea, quella che lo ama da 16 anni, e la conduce per politica estera ed economia, con toni seri e battute auto-ironiche. Spiega come ricostruire il sogno americano in patria e la leadership americana nel mondo, distrugge in poche cifre otto anni di presidenza repubblicana, ricorda come lui stesso venisse rimproverato di essere giovane e inesperto nel 1992 per dimostrare come anche per Obama soffi a favore il vento della storia e del cambiamento.

Per i dems americani, Clinton - se mi passate la battuta - è il migliore, quello che avrebbero rieletto volentieri una terza volta, l'uomo delle due uniche vittorie democratiche negli ultimi 30 anni.

Ed è un sentimento giustificato dall'incredibile carisma mostrato anche stasera, carisma che - a me che ho avuto il privilegio di ascoltarlo varie volte - stasera appare perfino un poco frenato per evitare di strafare, di rubare la scena agli altri protagonisti.

Datemi retta, cercate l'intervento sul web, guardate i gesti, gli occhi, sentite il tono, il gioco con la platea e comprenderete perché Bill Clinton cammina tranquillo su una platea che sventola entusiasta bandierine a stelle e strisce.

In attesa del gran finale con il vicepresidente designato, passa sullo schermo uno straordinario e commovente video sul ruolo dei militari americani nel mondo. L'esercito e i veterani di guerra sono un segmento assai delicato per questo Paese che ha perso in Irak oltre 4.000 soldati e che ha riportato a casa più di 30.000 invalidi e mutilati che - secondo le stime di Joseph Stiglitz - incidono in spese mediche, risarcimenti e previdenza per circa 600 miliardi. A rappresentarli interviene una giovane donna, con il grado di maggiore, pilota di elicotteri in Irak, abbattuta in volo sopra Baghdad: parla di onore, di rispetto per i guerrieri delle guerre sbagliate, di fallimento della politica estera. Solo quando si allontana dal palco, la platea si accorge che entrambe le gambe sono protesi artificiali.

Con una toccante introduzione del figlio, chiude la serata Joe Biden, il vicepresidente designato. Registro pareri discordanti fra di noi nel giudizio sul suo discorso. Personalmente ne apprezzo la misura e l'impianto: prima la storia della propria famiglia, l'elogio della madre come incarnazione del sogno americano, poi l'elogio del Presidente, delle sue qualità, infine l'attacco garbato ma frontale a John Mc Cain, collega di Senato e amico personale, sul fronte della politica estera. Se penso al discorso assai artificiale che ascoltai quattro anni fa a Boston da parte del vice di allora, John Edwards, mi sento di apprezzare molto il garbo e il merito di Biden, che fra l'altro ho conosciuto personalmente.

Ma la sorpresa vera è la comparsa inaspettata di Obama al momento dei saluti. Arrivato finalmente a Denver, Obama esce sul palco con tutta la famiglia di Biden, mentre la band suona una delle colonne sonore preferite delle convention democratiche - "we are a family" delle Sister Sledge, Il Pepsi Palace viene letteralmente giù dagli applausi. Obama ringrazia Biden, elogia con grande calore Hillary e Bill Clinton che assistono da uno dei palchi e dà appuntamento all'Invesco Field.

Domani, la Convenzione trasloca allo stadio di Denver: da 18.000 a 85.000 presenti e un grande finale che spazierà da Al Gore a Bruce Springsteen.

Vorrei andare a sentire un concerto dei Black Eyed Peas che suonano in un evento serale ma confesso che la stanchezza prevale, e poi servono energie per domani.

See you, italian democrats !

Lapo

27.08.2008 - Hillary aiuta Barack (di Francesco Sanna)
Chi perde sostiene chi vince: il sistema delle primarie americane nel discorso di Hillary Clinton
 
La Convention democratica ha luoghi ufficiali ( il Pepsi Center, un palazzetto dello sport; lo stadio Invesco, dove Obama accetterà giovedì notte la nomination davanti a 75.mila persone, il Colorado Center, dove i non delegati accreditati possono seguire i lavori) e dei luoghi non ufficiali ma egualmente importanti. I delegati degli Stati più grandi hanno una loro sede provvisoria a Denver, ma è tradizione che durante i lavori organizzino delle feste, che diventano posti dove ci si incontra, ascolta e commenta in modo più libero e sincero.

Ieri sera abbiamo seguito i lavori della Convention al Colorado Center, per poi raggiungere la festa dei democratici dello Stato di New York, al Martini Ranch, un locale molto trendy di Denver. Lì abbiamo trovato una piccola isola newyorchese (cioè: mediamente più intellettuale e snob del resto dell'America) che aspettava di ascoltare l'intervento del suo! senatore , l'onorevole Hillary Rodham Clinton.
L'aria che tirava era molto obamiana, tuttavia. Televisioni e giornalisti all'opera, tra cui Mario Calabresi di Repubblica, che riesce sia a scrivere per l'edizione cartacea, sia a condurre un bel videoblog di commento sul sito internet del giornale.

Hillary Clinton, dunque. La Convention la omaggia di un filmato di presentazione, dedicato solo ai personaggi più importanti. La voce narrante è della figlia Chelsea, che l'annuncia aspettandola sul palco. La ragazza - sia consentita l'osservazione maschilista - ha definitivamente superato la fase di brutto anattroccolo e si vede che  incontra.  Bill Clinton guarda dagli spalti, tra il sornione ed il commosso. Il messaggio mi sembra chiaro: le/il Rodham Clinton ci sono stati,, ci sono e ci saranno nella politica statunitense.

Il discorso di Hillary è da subito orientato a definire e confermare i temi dell'orgoglio democratico, i punti programmatici più identitari e distanti dalla pr ospettiva repubblicana.  Ascoltandola  mi sembra che abbia trovato in questa sottolineatura la soluzione del suo problema: dichiarare l'appoggio ad Obama senza rinnegare il senso della sua competizione nell primarie. Molti suoi sostenitori non vogliono sostenere il vincitore, ed alcuni sondaggi  arrivano a dire che il 20 % di loro sarebbe pronto a votare Mc Cain. La Clinton è una grande professionista del podio oratorio, ma solitamente molto razionale - secondo alcuni è un difetto, chissà perchè - e poco passionale. Stavolta la passione ce la mette, invece. Chiede ai suoi:  quando mi avete sostenuto, avete sostenuto me, o le mie battaglie di 35 anni ? Volete altri quattro anni di George W Bush sotto le spoglie di Mc Cain ? E allora: appoggio a Barack senza se e senza ma ("No way, no how, no Mc Cain"). Unità del partito, diremmo noi e dice Lei, e ricordatevi che l'avversario è fuori di qui. Obama! ha tutte le qualità per poter guidare la nazione, e anche Michelle può fare la first lady.

Il resto è la rivendicazione orgogliosa dei temi democratici e clintoniani, suoi e del marito, con una forte accentuazione sui diritti delle donne, perchè stasera sono 88 anni che le donne votano in America. In questo lasso di tempo, ricorda, sua nonna,  donna maggiorenne, all'inizio non poteva votare , mentre Chelsea avrebbe potuto votare per sua madre Presidente degli USA. Un discorso molto apprezzato dalla Convenzione, anche tra gli obamiani puri, che avrebbero tuttavia gradito l'ammissione di un errore, da parte di Hillary, e cioè l'aver sostenuto durante le primarie che Obama era impreparato a svolgere il  ruolo di Presidente, specie nelle questioni di politica estera. Queste affermazioni oggi imperversano negli spot di Mc Cain e danneggiano il candidato. Ma l'ammissione degli errori non appartiene nè alla cultura politica, nè alla tecnica retorica di Hillary Rodham Clinton, e a Denver non si è sentita. Al party dei newyorkers, nessuno se l'aspettava, e nessuno se la sente di criticare la Signora dei democratici perchè non c'è stata. It's enought, ci dicono, può bastare.

Francesco

- 26/8/2008 - La Convention è iniziata. I gadget, gli eventi, gli Obama e i Clinton, i Kennedy e l'attore di Hollywood (di Lapo Pistelli).

Buongiorno. E' curioso scrivere queste note prima di andare a letto (scherzi del fuso orario) per farvele trovare la mattina, fresche fresche, 24 ore prima di quanto possono fare i quotidiani costretti a saltare un giorno o a scrivere un articolo al buio per non "bucare" ciò che i telegiornali vi faranno vedere oggi.

La Convention dunque è cominciata. Denver stamani non era riconoscibile: fin dalle prime ore del mattino, ho assistito ad un formicolìo ininterrotto di micro-iniziative politiche, per strada, in ogni albergo, in ogni grill bar qui a downtown. Venditori di gadget politici - anche qui c'è l'official Obama store e
ci sono gli abusivi ! - , attivisti per ogni tipo di causa, locale e globale, e tanto tanto entusiasmo, quello che spesso manca a noi europei un pò sfiatati.

Prima che la Convenzione aprisse i battenti, c'è stato il tempo di assistere ad alcuni dibattiti interessanti, uno dedicato all'analisi degli spot elettorali per le primarie passati da
tutti i candidati nel corso del 2008 e l'altro sulla campagna elettorale. Al secondo dibattito ho incontrato due altre vecchie glorie del mondo democratico: Gary Hart, ex senatore e candidato presidenziale
bloccato da un classico scandalo per un'avventura extraconiugale, e l'ex leader del Senato Tom Daschle, quello che ricevette le sospette buste all'antrace subito dopo la caduta delle Torri Gemelle.
Ricordate?

C'è un moderato ottimismo sull'esito della campagna di novembre e devo confessare che, dopo aver ascoltato le analisi degli ospiti, mi sento di elogiare i corrispondenti italiani qui negli States, fra gli
amici più noti e bravi ricordo Mario Calabresi per Repubblica e Maurizio Molinari per La Stampa, che hanno fatto un ottimo lavoro in questi mesi informando il pubblico di molte sfumature e prospettive che
ci rendono oggi spettatori esperti ed informati di quanto capita sotto i nostri occhi.

Uno degli aspetti più divertenti di una Convention americana sono i cosiddetti "fringe events", cioè le mille iniziative che associazioni, delegazioni degli Stati, network politici, lobbies di vario genere mettono in piedi nei giorni della manifestazione. Il giornale di oggi ne annuncia un centinaio: si va dalla Creative
Coalition di costruttori di case ecosostenibili alla riunione degli elettori di origine ispanica. Nella pausa di pranzo mi butto in un simposio sul valore della filantropia nella società di oggi: tra i relatori svetta il nome di Ted Turner, fondatore della CNN (e se non ricordo male, pure marito di Jane Fonda): oltre 2000 persone in un teatro ascoltano storie di successo di capitani di impresa che hanno poi dedicato le loro risorse a progetti benefici. Un'ora di chiacchiera e poi via verso un altro seminario.

C'è il tempo di assistere ad una curiosa scena sulla 16a strada, tipicamente americana: 4 signori
presidiano un angolo trafficatissimo innalzando cartelli che dopo la rassicurante scritta "Gesù ti salva" poi spediscono all'inferno ogni tipo di peccatore: politici, liberals, omosessuali e via elencando. Mi
ricordano i famosi "nazisti dell'Illinois" dell'indimenticabile film The Blues Brothers che John Belushi fa buttare giù da un ponte. Qui non c'è Belushi, ma nell'arco di pochi minuti si raduna una folla varopinta
che inizia a scandire lo slogan "take home your heats", della serie "portati a casa le tue paturnie". In breve arriva polizia in bicicletta, a piedi, in motorino, a cavallo, proprio come nei Blues Brothers. Non succede niente ma il tutto alla fine è assai divertente.

Ci sono anche procedure di sicurezza impressionanti per entrare al Pepsi Center e gli accrediti sono assai inferiori alla domanda di partecipazione. All'interno, il colpo d'occhio è davvero mozzafiato: il
catino delle 15.000 persone presenti ribolle di slogan e di allegria, gli interventi si alternano con i video e con la musica suonata dal vivo. Ogni intervento cambiano i cartelli che il pubblico alza per
incoraggiare gli speaker e che la tv riprende (alla fine della serata ne porto a casa un bel po’).

In realtà, fra i giornalisti e i politici c'è un tema solo che si impone nel dibattito di oggi: gli Obama e i Clinton hanno fatto davvero pace ? Se gli elettori di Hillary non si impegnano da qui a novembre, la partita può essere compromessa ma l'accordo fra i due ancora non c'è. Hillary deve pagare tuttora 24
milioni di dollari di debiti, rimprovera Obama di non aver fatto abbastanza per aiutarla e del resto - dicono i più cinici - se Obama perdesse, lei sarebbe pronta a correre fra quattro anni (Mc Cain ha
detto che farà comunque un solo mandato).

Hillary parlerà domani sera (oggi per voi lettori del martedì), domattina avrò l'occasione di
incontrare suo marito Bill Clinton in un dibattito su temi internazionali. Insomma il tempo stringe e la materia è davvero bollente.

Due sono i discorsi che stasera hanno infiammato la platea. Per primo il vecchio leone, il senatore Ted Kennedy cui viene tributato uno splendido video biografico e la cui presenza era data stamani
"altamente improbabile". Ted Kennedy, ultimo rimasto dei tre fratelli dopo John e Bob, è stato operato a luglio di un tumore al cervello che gli dà poche speranze, ma ruggisce con impressionante coraggio, chiama all'accordo, mette tutto il suo peso politico su questo passaggio decisivo.

E poi Michelle Obama, la possibile first lady. E' un discorso molto bello il suo: semplice, toccante, costruisce con perizia le ragioni del sogno americano, la forza dei valori che uniscono, la
politica centrata sulla speranza e non sulla paura.

Sarebbe già abbastanza così, ma la serata termina, sul palco della famiglia Kennedy che ci ha ospitato grazie ad un provvidenziale incontro con Marialina Marcucci, amica di Carrie Kennedy, con un altro incontro per me emozionante. A seguire con interesse la convention, in golfino blu e
con uno zainetto sulla schiena c'è Matthew Modine, l'impareggiabile soldato Joker di Full Metal Jacket di Stanley Kubrick e il soldato Birdy, traumatizzato dalla guerra, nell'omonimo film di Alan Parker  (con musiche di Peter Gabriel). Torno ragazzo per un attimo e chiedo l'autografo e la foto di rito. Altro che le foto con i politici....

Buonanotte. A domani.

Lapo

 

- 25/8/2008 - Prime ore a Denver ( di Lapo Pistelli)

Oltre 11 ore di volo. Il Colorado è separato dall'Italia da 8 ore di differenza di fuso orario, una sola in meno della west coast. Una spianata gialla senza vegetazione, più deserto che altro: questa è la
prima impressione dell'atterraggio a Denver.
La città si prepara alla Convention Democratica che si apre oggi pomeriggio: chiunque incontri
per strada ha sulla maglietta o sulla giacca il badge di Obama, vi è un'atmosfera elettrica nell'aria.
Ieri sera, downtown era occupata da una festival sull'energia alternativa: ho fatto il pieno di gadget
come la chiave dell'albergo in cartoncino riciclato o l'opuscolo fatto di semi che se lo pianti in terra si decompone e si trasforma in un cespuglio di fiori, e poi però l'America resta il Paese con il
consumo procapite più alto di energia e con l'emissione procapite più elevata di CO2...

A cena, sono andato con alcuni altri amici ad un ricevimento dove ho fatto i primi incontri politici: Madeleine Albright, segretario di Stato di Bill Clinton - Walter Mondale, vicepresidente degli Usa con
Jimmi Carter - Howard Dean, presidente del partito democratico e già candidato 4 anni fa, inventore di MoveOn, il primo vero esempio di camapagna elettorale e di raccolta fondi online - e Nancy Pelosi, la
speaker italo-americana al Congresso.

La scelta di Joe Biden, che incontrai a giugno a Venezia, come vicepresidente qui è molto piaciuta.
Non si tratta della soluzione più innovativa o trasgressiva ma di quella che completa i possibili talloni di Achille di Obama e dunque testimonia, se ce ne fosse il bisogno, che stavolta i democrats ci
credono davvero e corrono a testa bassa per cambiare ciclo politico in America.
Stasera, al Pepsi Center, comincia la Convention...

Lapo

I primi due giorni a Denver (di Guglielmo Vaccaro)

Da tempo avevo voglia di avvicinarmi agli stati uniti per conoscere e capire come si fa politica nella nazione più moderna e liberale del pianeta.
Qui stiamo entrando nel vivo della Convention democratica USA che incoronera' Barack Obama ed il suo vice Joe Biden (senatore del Delaware) sfidanti di John McCain alla Casa Bianca. L'entusiamo
e' alle stelle, ho già incontrato tanti protagonisti alla Convention e nonostante la dura battaglia che ha impegnato la base del partito nella sfida tra Obama e Hillary Clinton tutti si sono detti soddisfatti della
scelta finale di Obama come candidato democratico alla Presidenza degli Stati Uniti.

In giro c'e' una energia straordinaria, ognuno sente che la politica mondiale e' ad una svolta epocale. Obama ha riacceso la speranza in una nazione fiaccata da una lunga, sanguinosa e costosissima guerra in Irak e dalla crisi dei mutui finanziari Di Obama in Italia sappiamo ormai tutto. In questi primi due giorni di convention l'attenzione è puntata sulla scelta di Joe Biden alla vice presidenza. Senatore del Delaware, cattolico, presidente della commissione affari esteri al Senato. Profondo conoscitore del potere è a Washington da 36 anni. Uomo di estrazione umile, con un forte elettorato nella working class del Delaware è molto amato anche in Pennsylvania ove e' nato. La Pennsylvania e' uno stato chiave
uno dei cosidetti swing-states.

Obama per assicurarsi la vittoria a Novembre deve vincere in Pennsylvania ed Ohio -altro stato chiave. Ma Joe Biden, e' soprattutto l'uomo che aiutera' Obama nella politica estera rassicurando i tanti indecisi sulla capacità di guida dell'amministrazione americana e del suo grande potere da parte del giovane
senatore democratico.

Cammino, osservo, scatto fotografie, prendo appunti, parlo con tanti addetti ai lavori, sicuro di vivere quattro giorni che cambieranno la politica mondiale. Vedo ovunque tanti giovani, famiglie, studenti universitari, insomma un modo di vivere la politica come dicono qua " grass -root" dal basso,
coinvolgendo le comunita', le associazioni. Ovviamente qui stanno arrivando anche i
potenti senatori e onorevoli da tutti gli Stati dell'Unione..ma aspettando il discorso di Obama e Biden di giovedi sera Denver vive uno straordinario momento di gioia, di intensi dibattiti sulla politica
estera e su quella nazionale, sulle difficoltà del sistema sanitario americano e sulla crisi dei mutui...

Cerco di seguire i dibattiti che mi interessano da vicino..tutti con ospiti di altissimo livello.. Due
giorni a Denver..felice di esserci ed immerso nella straordinaria Convention Democratica. Saro' testimone di tanti eventi straordinari con l'augurio che anche questa esperienza possa aiutarmi nel mio
nuovo compito di parlamentare.

Nota finale; rendere il nostro Paese un luogo dove la politica riscopra la patecipazione popolare e l'entusiamo che vivo qui a Denver non e' facile ma obama ci sta insegnando una volta di piu' che nothing is impossible ...a presto

Guglielmo

Per Barack, in motor caravan ( di Francesco Sanna)

Ha ragione lo scrittore Claudio Magris quando a Ferragosto ci invitava a diffidare di quelli che non staccano mai. Il mio personale ozio creativo, che spero poi consenta di trasferire riflessioni ed esperienze nel ruggente settembre italiano che ci aspetta, quest'estate lo colloco alla Convention Democratica a Denver. Da ieri sera sono nella capitale del Colorado con il mio amico e deputato campano Guglielmo Vaccaro, ed i rispettivi figli Damiano e Raffaele. Fuori dalle delegazioni ufficiali del PD italiano, abbiamo affittato un motor caravan - dove vivremo per questi quattro giorni -  ed iniziato a seguire soprattutto gli eventi esterni alla Convention, quelli che ci consentono di capire cosa c'è dietro questa possibilità di cambiamento reale della politica statunitense, e quindi mondiale, rappresentata dalla candidatura e forse dalla elezione di Barack Obama alla presidenza americana.

Come sanno i più assidui, seguo le tracce del senatore dell'Illinois, con tanto di link sul mio sito, sin da quando le sue chances di competere nelle primarie democratiche appartenevano al genere fantapolitica. Qui a Denver, ma ancor prima a New York, ho trovato i segni evidenti di quella che è stata definita Obamania, dove l'interesse al personaggio ed alla sua politica si mischia con la modalità americana  del culto della personalità (che a me non piace in nessuna versione) e che si manifesta nella commercializzazione di gadgets di ogni tipo. Però vedi anche un interesse reale della gente per le cose della politica, una eccezionale copertura mediatica e - dentro i circuiti democrats - un forte ritorno di fiamma della partecipazione politica, specie dei giovani, alle vicende del loro Paese.

Proverò in questi giorni a realizzare un mio personale diario della convention ( a cui si aggiungono i punti di vista di Guglielmo), anche mediante brevi audiovideo e testimonianze di persone che incontriamo qui. A questi aggiungo gli interventi di Lapo Pistelli, deputato italiano, a Denver nella delegazione ufficiale del Partito Democratico.

Per chi legge: il fuso orario qui è indietro di otto ore rispetto all'Italia, e dunque molte cose che accadono di sera, si trovano sui quotidiani italiani del dopodomani. Tuttavia non voglio competere con i bravi giornalisti presenti a Denver, e dunque cercherò dirvi nel modo  più semplice le mie sensazioni, lasciando da parte l'inseguimento della notizia e le analisi complicate.

Le sensazioni di ieri sono incentrate sull'interventi,  belli e accattivanti, di Ted Kennedy e Michelle Obama. Il vecchio senatore ottantenne, fratello di John e Robert, combatte contro un cancro al cervello che non lascia scampo, ma - come ha detto - nulla avrebbe potuto tenerlo lontano dalla Convention. Ha parlato pochi minuti, più al cuore che alla testa delle persone, ed ha confermato il senso dell'investimento che lui e tutti i Kennedy hanno fatto, schierandosi con Obama e non con Hillary Clinton nelle primarie.

Il discorso di Michelle Obama davanti ai quindicimila del Pepsi Center è difficile da capire al di fuori del ruolo sempre crescente che le first ladies stanno assumendo nella fase elettorale. Gli analisti vi spiegano che lei doveva presentarsi non come una conflittuale attivista per i diritti civili dei neri, ma come moglie normale,  di una normale famiglia americana, al tempo stesso garantendo Barack come uomo e come marito. (Qui ho pensato a come avrebbe potuto svolgere lo stesso compito una Veronica Lario per il suo consorte ...). Ho seguito il suo "speech" dagli schermi TV di un ristorante ispirato alla vicenda cinematografica di Forrest Gump. ( Ricordate ?  "Mamma dice sempre che la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai cosa c'è dentro quello che stai scartando"). Guardando gli avventori, e il consenso che rumorosamente esprimevano sui passaggi più politici dell'intervento di Michelle, interpretato con una grande presenza scenica da questa donna giovane e bella e non finta, ho pensato che quella che aveva chiarito all'inizio del discorso di parlare come moglie, non riusciva a nascondere il ruolo molto importante che esercita anche fuori dal privato della famiglia Obama. Era venuta lì per seppellire Cesare, non per lodarlo, ma io ho visto che non ne aveva affatto voglia. Brava Michelle, e viva la verità.

  Francesco



invia un commento | vai all'archivio »
 
 
barbara barbara, mercoledý 27 agosto 2008
Cari Francesco e Guglielmo,
Siete matti ma mi piacete cosi!
Pensavo che Guglielmo scherzasse quando oggi mi diceva che era a Denver per la convention. Poi leggo la mail di Francesco e capisco che e' vero.
Bravi ragazzi, mantenete attivi spirito e cervello e un po' di sano entusiasmo giovanile (anche se gli anta ballano la rumba!), alla faccia dei politici incartapecoriti!!
Un abbraccio nella speranza di incontrarvi al vostro ritorno
Barbara
Elisabetta Caredda, mercoledý 27 agosto 2008
Devo dire che i racconti sono cos? dettagliati che mi ? sembrato quasi quasi di essere giunta negli USA per un attimo.. peccato che sono gi? rientrata! Che spirito avventuriero..!! Questo ? il modo di far politica per il quale ho abbracciato la nascita del PD: dinamicit?, entusiamo, partecipazione, comunicazione? Voi oggi ci portate l'esempio di tanta emozione che se posso permettermi.. trasmette un pizzico quasi d'invidia.. un motivo in pi? per riscoprire modi diversi di interessarsi agli eventi politici in modo istruttivo senza discostarsi dai piaceri della vita. E la partecipazione popolare negli USA rappresentativa del PD? Altro che i ?nonni? politici degli autoconvocati? senza ?pillola di giovent?? alla loro veneranda et?, dove vanno pi?? Non vanno! Quest?estate siam finiti dalla spiaggia all?aula del tribunale. Che intrarprendenza!
Dalla vostra esperienza volgo con fermezza uno sguardo al futuro del PD qui in Sardegna in attesa di poter dire al pi? presto ad alta voce ?YES, WE CAN?!
Buon Denver Convention.. Saluti.. Eli Caredda.
Vincenzo Pascale, mercoledý 27 agosto 2008
Commenti interessantissimi. Congratulazioni per la vostra (tua e di Guglielmo) ottima scelta di essere a Denver. Buona permanenza.

Vincenzo
marco simola, venerdý 29 agosto 2008
Sono contento che tu sia a Denver.
Speriamo che tu come altri (Walter ad esempio) possiate imparare qualcosa. Non solo come invadere l'Iran nei prossimi 4 anni, ma magari come mettere in galera la gente che non paga le tasse, o chi non garantisce la sicurezza sul lavoro. Per non parlare di conflitto di interessi.
Gli americani non hanno molto di buono da copiare. Ma quel poco che hanno noi cerchiamo sempre di non vederlo. Come mai?
Saluti
Marco
gavino corda, venerdý 29 agosto 2008
Grazie per l'aggiornamento .
Credi che ci siano speranze che, girando la scacchiera( nero/ bianco)la partita possa davvero avere interesse concreto per noi che vi assistiamo dall'altra sponda dell'Atlantico?. Comunque sia: buona vacanza impegnata.
Gavino
Rosanna Rossi, venerdý 29 agosto 2008
Bello vedere la tua faccia spiritosa, sorridente, non artefatta.
Ovviamente, sono molto felice della tua andata in America, per capire meglio come questi americano vivano la loro ultima ed esaltante avventura politica.
Dalle cose che leggo o vedo in TV, loro, i due del partito democratico , sanno bene, loro , che solo se si uniscono possono vincere la loro gattaglia. Noi no, non lo capiamo e io sono disperata per quanto saranno capaci di regalarci i " Cabrasiani " o altri ancora.
Ebbene, la mia et? me lo consente: voter? per l'ultima volta per Soru e poi tutti i mascalzoni e ladroni e marcescenti individui che compongono le nostra giunta, potranno andare a farsi benedire da un vero e potente Papa.
Il mio malumore non mi impedisce di gioire per te e i tuoi amici.
A presto,
Rosanna
nanni spissu, venerdý 29 agosto 2008
Bello!... Porti qui un poco di buon spirito creativo e di speranza.
Grazie davero per la mail.
Cordialmente.
Nanni
gavino ricci, sabato 30 agosto 2008
Arriveranno mai, i nostri politici di lungo corso, ad una tanto auspicabile quanto correttissima soluzione di questo tipo? La tendenza qua in Sardegna sembra invece essere quella di segarsi le gambe da soli con inutili quanto dannosi scontri interni su candidature e leadership, su primarie si primarie no, sul coinvolgere o meno i pochi interessati alle vicende del PD rimasti. Soru li descrive come "servi sciocchi", credo che sia l'esatto ritratto del clichet politico regionale, partiti dilaniati dalle lotte intestine mirate a conquiste i quali benefici erano e restano personali invece di avere una pur minima utilit? per il comune cittadino, cittadino che si ? abituato ormai da troppo tempo a turarsi il naso nell'intimit? del seggio o, peggio ancora, a svendere il proprio voto in cambio di favori. Purtroppo in molti campi la professionalit? latita e questo aiuta parecchio l'abbassamento del livello culturale di una societ? e fa si che anche chi sa e puo' essere professionale finisce con l'adattarsi agli standard per cause di forza maggiore oppure continua a donare perle ai porci con le conseguenze che ben conosciamo. La mancanza di quel minimo di umilt? che dovrebbe contraddistinguere l'uomo consapevole dallo zotico amalgama tutto in un mare di approssimazione e precariet?, ed i pochi personaggi, sopratutto in politica, che potrebbero fare la differenza, rischiano di annegarvici, in quel mare. Persino la storia trova serie difficolt? ad insegnare il giusto cammino, gli errori di paesi come gli Stati Uniti vengono puntualmente ripetuti qua da noi, mentre atteggiamenti e comportamenti sostenibili, come questo di aiutare a vincere il proprio ex avversario in nome di una unit? di intenti e di appartenenza trovano mille ostacoli in questa terra di antiche tradizioni, ma anche di antiche e antipatiche gelosie, e stranamente si continua a far vincere l'altra parte, mi chiedo che convenienza vi sia in tutto cio', ma so di sicuro che per me, come per molti altri, tuto cio' ha solo il sapore di amare sconfitte. A menzur bidere
Pino Cabras, domenica 31 agosto 2008
Caro Francesco,
aprendo la mia e-mail, ho letto con molto interesse i tuoi colorati reportage dal Colorado. Anch'io ebbi occasione di assistere dal vivo a un discorso di Bill Clinton a Chicago nell'aprile 2006. Grandissimo oratore e grande 'vision'. Platea bipartisan rapita.
Come te sono contento che Barack Obama abbia ottime chances per mandar via i repubblicani dalla Casa Bianca.
Non sono d'accordo invece con il cenno che fai alla 'invasione' russa della Georgia. La faccenda ? da porre a mio parere in termini radicalmente e drammaticamente diversi. Ho approfondito il tema in un lungo articolo sul mio blog (http://pino-cabras.blogspot.com/2008/08/il-momento-unipolare-degli-usa-in.html). Stavolta la 'disinformacija' non ? stata a Mosca, ma da noi. Nell'articolo faccio anche cenno al principale consigliere di politica estera di Obama, Zbigniew Brzezinski. Se Obama lo ascoltasse fino in fondo ci porterebbe dritti dritti a un conflitto con la Russia. Cio? a una guerra mondiale. Credo che sia interesse di noi europei non seguire questa linea. Adelante con Obama, s?, ma con juicio!
Mi piacerebbe fare con te un pubblico dibattito sulla politica internazionale, concordando il modo che possa renderlo costruttivo.
Un caro saluto,
Pino Cabras.
Corrado Secci, lunedý 1 settembre 2008
Grazie delle mail e di tutte le informazioni.Buona permanenza a Denver e dintorni.Corrado Secci