iscriviti alla newsletter scrivi a Francesco Sanna
La vittoria di Berlusconi e Bossi: ''Dalle urne esce un'Italia bipolare''
L'analisi del voto di Enrico Rossetti

Dunque, è andata così.
L'Italia ha riscelto Berlusconi. È doveroso, e intellettualmente onesto, prenderne atto. Il PdL ha vinto nettamente sia alla Camera sia al Senato, affermandosi un po' ovunque. Trionfa al Nord, complice una Lega che raddoppia i consensi del 2006; dilaga al Sud e conquista, una dopo l'altra, Liguria, Abruzzo, Lazio e Sardegna, ossia le regioni che erano date in bilico tra i due partiti maggiori.

Dalle urne esce un'Italia nettamente bipolare. E questa è una buona notizia. La costituzione del Partito democratico e, a ruota, quella, annunciata ma non ancora compiuta, di un partito unico del centrodestra ha finalmente rivoluzionato, seppur con quindici anni di ritardo rispetto alle indicazioni bipolari che gli italiani diedero ad inizio degli anni Novanta con i referendum Segni, un sistema politico datato.

Oggi il quadro è questo: annientata la sinistra dei no ad oltranza. Ridotta a poca cosa, specie al Senato, l'Udc. Relegata in un cantuccio la destra delle signore dei salotti. Dal voto del 13 aprile arrivano alcune buone notizie.

La prima. In Parlamento approdano solo cinque partiti. Di essi, i due maggiori catalizzano il 73% dei voti ossia più di quanto, insieme, riescano a fare Tories e Labour in Inghilterra, Spd e Cdu in Germania, gollisti e socialisti in Francia. La cifra sale all’85% dei consensi se allarghiamo il discorso alle due coalizioni. Non è un risultato da poco.

Seconda. I numeri garantiscono la governabilità. A differenza del 2006, i vincitori del 2008 hanno ricevuto un ampio consenso. Berlusconi può contare su una solida maggioranza, resa più coesa dall’assenza dell’Udc ma verosimilmente molto vincolata agli interessi della Lega.

Terza. Il Partito democratico raccoglie, ad appena sei mesi dal suo varo, un risultato di straordinaria importanza. Pagato il dazio dell'accelerazione che le elezioni anticipate hanno imposto al processo di penetrazione territoriale necessario ad una forza politica neonata, il Pd ha comunque il merito di aver portato a termine un lungo processo di transizione della sinistra democratica italiana, cominciato col crollo del muro di Berlino e la fine del comunismo e proseguito, poi, con la fine della Dc e del Psi negli anni di Tangentopoli. A vantaggio dei democratici c'è anche una classe dirigente mediamente più giovane di quella del PdL e una scuola politica (quella diessina e quella della sinistra diccì) che dall'altra parte non c'è.

Quarta. Spariscono le forze estremiste sia a destra che a sinistra. E se è vero che l'assenza di formazioni che si richiamano alla tradizione socialcomunista è, in linea teorica, fatto di cui ci si può dolere, l'onestà di giudizio impone di non tacere un dato di fatto. E cioè che il successo di una dottrina politica molto dipende anche da chi se ne fa interprete e araldo. E se la sinistra italiana, in questi anni, ha seguitato a far dei Bertinotti, dei Diliberto e dei Pecoraro i suoi guru, oggi raccoglie quel che ha seminato. Una visione del mondo sorpassata, aprioristicamente chiusa alla modernità, trapuntata di no a qualsivoglia innovazione, ha finito con lo stufare anche la maggioranza dei fedelissimi, due terzi dei quali sono approdati alle sponde del Pd in men che non si dica.

Quinta. Svanisce definitivamente l'utopia del grande centro. L’Udc, pur scampando all’annientamento toccato in sorte alla Sinistra Arcobaleno, paga un prezzo altissimo. La netta scelta bipartitica degli italiani chiude nell'angolo Casini e i suoi che, oggi, sia alla Camera (36 deputati) sia, soprattutto, al Senato (3 eletti) sono del tutto ininfluenti.

In Sardegna i risultati per il Pd sono stati positivi sia rispetto al dato nazionale che al contesto isolano. La distanza dal PdL è di un’incollatura, appena sessantamila voti. Un equilibrio importante se si considera come, di norma, il responso delle urne sia sempre meno generoso con chi è al governo e si trova a compiere scelte talvolta dolorose e difficili da far accettare ai cittadini. Un risultato ancor più significativo se si tiene a mente l’ostacolo della legge elettorale che ha negato la possibilità all’elettore di esprimere la preferenza per i candidati, costringendolo a votare solo per i partiti.

Nell’Isola, al Senato, il Pd elegge quattro senatori. Tra loro, Francesco Sanna, candidato di frontiera, unico volto nuovo tra i sardi che approdano a Palazzo Madama. Consigliere regionale in carica, da sempre attento e impegnato sulle questioni istituzionali e sui problemi del comparto industriale isolano, è componente della commissione statuto del Pd. Un approdo quello di Sanna, avvenuto, per felice coincidenza, nel giorno del suo quarantatreesimo compleanno. Il che ne farà, se non il più giovane, certo uno dei più giovani senatori della nuova legislatura.

Enrico Rossetti

invia un commento | vai all'archivio »