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Legge statutaria:Il fine ? il mezzo. Le forme e gli strumenti istituzionali determinano gli esiti ( Simonetta Sanna)
Un appassionato intervento sui contenuti della Legge Statutaria della Sardegna

Legge statutaria:Il fine ? il mezzo. Le forme e gli strumenti istituzionali determinano gli esiti.

Di Simonetta Sanna (intervento ripreso dal sito regionale dl la margherita

La Legge statutaria, attualmente in discussione, viene vista come un allargamento delle nostra sovranit?, un rafforzamento del federalismo ? che, sia detto per inciso, continua a costituire una priorit?, anche se in genere il cittadino ha timore del potenziamento dei poteri delle autonomie (Censis del 2005; e si pensi in proposito anche solo alle preoccupazioni espresse dagli insegnanti in relazione al conferimento di specifiche competenze alle Regioni).

Disciplinando le forme di governo, i rapporti Consiglio-Giunta, il ruolo degli assessori, le quote referendarie ecc., la Legge statutaria concerne peraltro solo il federalismo interno, mentre il fe-deralismo esterno, volto a rinegoziare il rapporto Stato-Regione, ? materia dello Statuto, ma la minoranza ha bloccato il processo di costituzione della Consulta, cui sarebbe stato affidata  la riscrittura dello Statuto dell?Autonomia (quello vigente risale al 1948). In Consiglio, la discus-sione si ? incentrata, come ? noto, sul nodo del ?presidenzialismo?, che ha modificato l?equilibrio di poteri conferendo al capo dell?esecutivo, eletto direttamente da popolo, maggiori risorse normative e organizzative, un ruolo politico rilevante, talora a discapito della dirigenza dei partiti, nonch? circuiti di comunicazione personalizzati e diretti (si pensi anche solo all?allegato al Sardegna, distribuito gratuitamente a met? legislatura).

Il sistema presidenziale ? peraltro oggetto di riflessione, e non solo in Sardegna, ma anche in molte altre Regioni italiane. Anticipata dall?elezione diretta dei sindaci nelle elezioni ammini-strative del 1993, l?elezione diretta del presidente della Regione ? stata ispirata in prospettiva teorico-progettuale dall?intenzione, senza dubbio condivisibile, di uscire dalle condizioni di ?democrazia bloccata? ed avviare il Paese lungo l?itinerario ortodosso delle democrazie mo-derne. Sono state prese in considerazione, in particolare, alcune misure che ne definiscono il pi? ampio contesto, fra cui il cosiddetto ?modello Westminster? ? anche se il disegno presidenziale britannico possedeva di fatto i necessari contrappesi, poich? attraverso partiti dotati di forza di aggregazione e coesione collega la classe politica ai suoi leader e l?elezioni col si-stema maggioritario, con cui si auspicava il superamento di una anomalia italiana con l?affermazione di un bipolarismo funzionale, mentre il maggioritario non ha poi migliorato la selezione della rappresentanza parlamentare, n? ha ridotto la frammentazione partitica.

Osservato da quest?angolatura il presidenzialismo si configurerebbe quasi come un autogol del sistema politico, mentre in realt? ? la conseguenza di numerosi fattori, fra cui la crisi dei partiti e di un intero ceto politico che, in un momento di grande debolezza, ha cercato non solo una nuova legittimazione, ma anche una risoluzione di nuovo tipo ad una storica anomalia.

Fra i molti fattori, vorrei segnalarne soltanto uno: l?emergere della societ? dello spettacolo, teorizzata fin dal lontano 1967/1988 da Guy Debord, che distinguendo fra oggetto e merce, rilevava come quest?ultima, prendendo il sopravvento sul consumatore e assoggettandone il desiderio, finisca per istituire ?un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini?; cos? mentre lo ?spettacolo ? l?autoritratto del potere?, il potere ? il luogo in cui l?illusione diviene reale, poich? nello spettacolo integrato ?il vero ha smesso di esistere quasi dappertutto e il falso indiscutibile ha ultimato la scomparsa dell?opinione pubblica?.

Peraltro, il presidenzialismo ? anche il risultato della necessit? di assicurare la governabilit? e l?attuazione delle riforme necessarie in un momento di ristrutturazione dell?economia globale, con l?emergere del terziario, la riduzione della produzione industriale e agricola, men-tre la globalizzazione inizia a cancellare le differenze fra centro e periferia del mondo, a patto di sapervi partecipare: la risposta ? stata, appunto, l?emergere di leader presidenziali, nazionali e locali, e il progressivo rafforzamento del ruolo del capo del governo (a partire da Thatcher, per arrivare a Blair, alla Merkel e a Zapatero).

I presidenti, risultato di un legame fiduciario di nuovo tipo, finiscono cos? per disporre di un grande potere di decisione, autonomo istituzionalmente e visibile pubblicamente, ma, pro-prio per questo, rischiano pure di essere catturati dall?effetto annuncio o di operare in un clima di campagna elettorale permanente contraddistinta da una logica della persuasione pi? che dell?argomentazione e soprattutto corrono il pericolo dell?inadempienza, costretti come sono a interventi ravvicinati, prontamente realizzabili e fungibili, mentre la complessit? dei problemi della societ? contemporanea esigerebbe una strategia organica, un progetto di ?utilizzazione razionale e non frammentaria? delle risorse (A. Pigliaru, Alfabeto della democrazia spiegato alla radio, 1966), da realizzarsi sulla base di una larga condivisione.

In Ambito regionale, risulta del resto impensabile che le amministrazioni possano far fronte, efficacemente e da sole, alla nuova mole di competenze o accogliere le sollecitazioni delle politiche concertate? E dove sono gli esperti in grado di determinare a tavolino progetti di sviluppo locale in rapporto allo svilup-po mondiale? Insomma, rimane difficile ritenere che i presidenti possano compiutamente raccogliere il testimone della volont? collettiva, cos? come, in generale, ? difficile concepire l?idea di conferire il mandato pieno a un uomo solo, senza un sistema di garanzie e contrappesi che ne impedisca le degenerazioni.

Ritengo pertanto necessario ripensare l?intera materia, ad iniziare da una nuova legge elettorale nonch? dalla riforma nazionale delle leggi di riferimento (il combinato disposto della Legge costituzionale 1/99, la quale costituzionalizza i contenuti della legge nazionale, del cosiddetto ?Tatarellum?, e disciplina la legge elettorale), in modo da incidere, come ? stato pi? volte rilevato, sui seguenti nodi:

- il problema della responsabilit? politica, che ? uno dei punti di maggiore crisi dell?esperienza in atto, poich? nessuno risponde oggi per davvero degli atti che compie;

- il modello dell?elezione diretta del capo dell?esecutivo, che non pu? esaurire le opportunit? di una moderna cittadinanza attiva, poich? di fatto l?elettore ? chiamato a votare ogni cinque anni, mentre fra un?elezione e l?altra dispone di limitativissime possibilit? di partecipazione, e che deve essere sostituito da forme pi? costanti e integrate di partecipazione;

- i poteri dell?assemblea elettiva, che deve potere censurare chi governa e amministra, senza contestualmente decidere il proprio suicidio secondo il principio della dissolvenza (simul stabunt simul cadent), e cui va restituito un maggiore potere in ambito legislativo, di indirizzo e di controllo;

- i poteri al sistema delle Autonomie, che si va ricoprendo con una ingessatura di intese, men-tre Comuni, Province devono potere partecipare ai processi decisionali che, da centripeti e di-scendenti devono essere partecipativi e ascendenti;

- il nodo della Conferenza Stato-Regioni, alle cui decisioni non partecipano n? i Consigli re-gionali n? le aule parlamentari, e sulle cui delibere ? che pure amministrano dal 40 al 45 % del bilancio statale ? non viene pertanto esercitata alcuna forma di controllo;

- i conflitti di interesse, gli abusi d?ufficio, l?interesse privato e le prassi politico-amministrativa che favoriscono il singolo ma comportano uno spreco di risorse pubbliche.

Solo la soluzione di tali nodi ? in grado di fare evolvere la societ? italiana, e la societ? sarda in particolare, verso forme di democrazia moderne in grado di confrontarsi con successo con il mondo che verr?. In linea generale, ritengo che in una societ? ? che pure oggi viene definita post-partitica ? sia necessario impegnarsi con convinzione per contribuire al rilancio della po-litica e al superamento del distacco fra cittadini e politica, in modo da impedire la riduzione della politica a quello che Gramsci definiva il ?cretinismo parlamentare?, vale a dire alla conta dei voti.

Ai guasti della politica non si pu? ovviare con la ricerca di alternative antipolitiche che rischiano di produrre transitorie fasi anarco-verticistiche, rozze e inconcludenti in rapporto alla complessit? della politica in una societ? sviluppata, e che poi finiscono per adottare le tra-dizionali strategie di potere, riducendo talora il rinnovamento ad un mero avvicendamento fra gruppi egemoni. Ai guasti della politica si pu? invece ovviare con la costruzione di una demo-crazia consapevole dei suoi limiti e capace di perfezionare i suoi strumenti.

In particolare, in Sardegna. Pi? ancora della societ? italiana, la societ? sarda mi pare caratterizzata dal perdurare dei rapporti di rete, familiari o di censo e ceto, che determinano la sua forte staticit?. N? pu? il frequente rivendicazionismo, espressione delle nostre ferite identi-tarie, celare talune intrinseche debolezze.

Si avrebbe bisogno, pertanto, di introdurre nuove buone pratiche ispirate ad una societ? che puntando sul proprio sviluppo si fondi sul merito, con la rispettiva cultura della responsabilit? sociale e della valutazione. Non ? solo la necessit? di conseguire una qualit? competitiva dei servizi isolani ad aver bisogno di regole: La stessa coe-sione sociale ne ha bisogno, poich? la societ? meritocratica ? in grado di assicurare una giusti-zia sociale adeguata ai tempi: presuppone infatti uguali opportunit?, mentre il merito ? assunto come una qualit? socialmente utile e messo a disposizione della collettivit?.

E? il merito, infine, a garantire quel comune intendimento che legittima le scelte, divenendo fattore cruciale delle culture organizzative e delle istituzioni. I posti di responsabilit? non possono essere affidati a chi ha dato prova di malversazione, ma neppure a chi li occupa senza merito finendo per bloccare le dinamiche sociali e la creazioni di nuovi valori, per dissipare le risorse con procedure clientelari e per indurre a valutare i servizi in rapporto ai benefici garantiti ai singoli.

In tal modo si ferisce mortalmente il senso dell?equit? e della giustizia sociale, essenziale per una cultura della responsabilit? e della fiducia, inducendo una parabola degenerativa che produce disinganno e rancore. La societ? a meritocrazia condivisa presuppone per? una forte democrazia.

Antonio Pigliaru esortava fin dagli anni sessanta a superare la divisione che separa  politica e societ?, soprattutto in rapporto al ?sistema delle scelte, cio? in quanto sia democratica la formazione degli organi direzionali ad essa preposti e in quanto in ogni sua fase intermedia o finale sia sottoposta ad un effettivo controllo democratico, in quanto sia democratico lo stesso obiettivo finale?.

In altri termini, sosteneva che il fine debba essere contenuto nei mezzi, poich? le modalit?, le forme e gli strumenti istituzionali e relazionali del sistema politico, nonch? i metodi di governo, determinano infine gli esiti e le concrete ricadute sociali. 

On. Prof. Simonetta Sanna

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